Happyish: una piccola serie di culto.

Happyish è una serie di una sola stagione, 10 episodi da 30 minuti, prodotta e trasmessa da Showtime nel lontanissimo 2015.
Qui da noi ha avuto un passaggio su Sky, dove dovrebbe essere ancora disponibile on demand.
È una serie troppo intelligente, troppo acuta, troppo sincera per diventare un successo mainstream, ma questo non le ha impedito, di fatto, di diventare un cult per una nicchia di appassionati. Ovvero: tutti quelli a cui non piace il finto politicamente scorretto di: “La fantastica signora Maisel”, o le risate forzate delle varie serie comedy portate in palmo di mano da tutti quanti.
Happyish è una ventata di buona scrittura e ottima interpretazione, vale la pena di sbattersi un po’, cercandola in streaming o da scaricare, meglio se in lingua originale.
La serie, partendo dal titolo, parla della felicità. Parla della ricerca della medesima, un’istanza che vede impegnati tutti gli esseri umani.
È stata scritta da Shalom Auslander, la fortissima base letteraria si avverte ogni minuto. Auslander, giusto per darti l’idea del suo stile, ha scritto: “Prove per un incendio”, pubblicato da Guanda. Il romanzo racconta le vicissitudini di Solomon Kugel che, ai giorni nostri, si ritrova in soffitta Anne Frank, viva.
Il contesto, del romanzo e della serie, è quello dello sguardo ironico ebraico, ma non è composto da una serie di didascalie kosher come accade in: “La fantastica signora Maisel”. È, per l’appunto, un modo di vedere le cose, attraverso la lente del black humor e della contestazione dei dati di fatto. Il sarcasmo, l’ironia affilata sono un vero e proprio punto di vista sulla realtà, non la realtà stessa.
Il protagonista di Happyish è Thom Payne (interpretato da Steve Coogan), un pubblicitario di New York, depresso e di mezza età. Il paragone con Mad Men è tanto immediato quanto sbagliato.
Mad Men è il tempio autodistruttivo della fighezza. Un lunghissimo racconto su loro che sono così fighi, belli, geniali, creativi, ricchi e siccome loro sono loro, devi perdonare tutte le bugie, i tracolli e gli inferni che vivono. Perdonali perchè sono i pubblicitari di Madison Avenue e a loro è concesso tutto, anche morire.
La base letteraria di partenza di Mad Men, se ti interessa è: “Da quei bravi ragazzi che si sono inventati Pearl Harbor” scritto da Jerry Della Femmina, pubblicato da Bur.
In quelle pagine si mettono le basi autocelebrative dell’effimero mondo dell’advertising.
Ecco, in Happyish il punto di forza di Mad Men viene preso a calci fortissimi, cade a terra e si rintana in un angolo a sanguinare.
Thom Payne è consapevole di lavorare nell’industria del “nulla”, è consapevole dei grandissimi cambiamenti che l’era digitale sta portando nel suo ambiente. Vive la cosa come ogni persona di mezza età e dotata di buon senso. Male. Si fa tutte quelle domande sbagliate per definizione nei tempi strambi in cui viviamo, tipo:
Ma a che cazzo serve Pinterest?
L’azienda deve comunque tenere il passo con il mondo che cambia e fa arrivare dalla Svezia due perfetti esempi del tracollo della società occidentale.
Due guru del marketing, due geni della comunicazione poco più che trentenni, social-oriented. Il loro scopo è di modernizzare le campagne e trasformare l’ambiente di lavoro in un parco giochi stile Mountain View.
Questo contrasto porta a delle conseguenze a catena, che vanno a impattare su tutto e tutti.
I meeting diventano quello che sono, un’inutile dimostrazione di stupidità e cazzodurismo, non ci sono pisolini creativi, non ci si sveglia con un’idea geniale dopo una sbornia.
C’è uno scontro generazionale e un uomo che fa i conti con sé stesso e la sua felicità.
Questa ricerca coinvolge anche la moglie Lee Payne (Kathryn Hahn) che divide con lui la storyline episodica, in uno scambio alternato.
Non si ha paura di tirare in ballo i mostri sacri, come Steve Jobs e la Apple, o di dire più parolacce per minuto di: “48 Ore” di Walter Hill.
Ma alla fine, questa felicità viene trovata?
Forse.
E comunque, come dice il protagonista: “It’s only tragedy when you don’t see the comedy.”

1 thought on “Happyish: una piccola serie di culto.

  1. Insomma, sembra più che altro una fuga dall’infelicità, che una ricerca della felicità.
    O sbaglio?
    Comunque, interessante: lo conoscevo di nome, lo recupero 🙂

    Moz-

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